La Trappola di Sogni. 2. 9. La fuga nel Passato

“ANGELO CUSTODE”
un romanzo di Alessandra Kriuchkova
della serie “Il Gioco in un’Altra Realta`”

PARTE 2. La TRAPPOLA di SOGNI

2.9. La FUGA nel PASSATO


Gennaio 1989, Mosca

Fuori dalla finestra, c'era una magica favola di Natale. Dentro di me, c’era un vuoto nero senza fondo. Andammo con mia nonna alla nostra casetta estiva sulla Rublyovka e, non avendo niente da fare, andammo a trovare i suoi parenti, che vivevano li` tutto l’anno in una piccola casa di legno.

Eravamo sedute a tavola, mia nonna racconto` loro del funerale di mia madre e sua cugina Sciura ci verso` il te` dal samovar, ci diede il pan di zenzero e, dopo molti sospiri, comincio` a raccontarci le loro ultime notizie. Pensai a mia madre e non sentii quasi nulla.

– Ieri abbiamo commemorato i 9 giorni del nostro vicino defunto, – Sciura indico` la finestra della casa a sinistra. – E` morto d’improvviso, il suo cuore si e` fermato. Il resto e` come prima.

Non conoscevo i loro vicini. Ne` a sinistra, ne` a destra... Ma mi dispiaceva. Non era il loro vicino di cui provavo pieta`, ma dei suoi parenti. Lui torno` finalmente a Casa, ma loro non lo sapevano, erano preoccupati, piangevano, pensando che fosse morto davvero.

Pensai a mia madre. Come stava li`? E come vivere senza di lei?

“In generale, a cosa ci serve vivere qui? Per partire La`? Nel Regno di sogno? Perche` scendere qui? In un sogno, non esiste un dolore come qui. Puoi fare e ottenere all’istante tutto cio` che vuoi. Ma qui non lo puoi. Anche per arrivare alla casetta estiva, devi prima prendere la metropolitana, poi arrivare alla stazione ferroviaria, comprare un biglietto per il treno e andare finche`... Tutto qui e` creato troppo complicato e confuso da qualcuno. Il mondo e` un enorme labirinto. Ci si viene gettati dentro come un gattino cieco. Si nasce e si deve imparare a vivere secondo le regole terrestre: camminare, parlare una lingua, finire la scuola, l’universita`, lavorare per guadagnare soldi per nutrire il corpo, e cosi` via... A cosa serve tutto questo, se prima o poi il risultato e` lo stesso per tutti, tornare a dormire? O viceversa, dormiamo qui per svegliarci La`?”

D'improvviso, la Nebbia apparve in cucina. Penetrava silenziosamente dalla strada, attraversando liberamente i muri e i vetri delle finestre. Si diffuse sul tavolo, abbracciando il samovar, strisciando sempre piu` vicino a me. Inghiotti` tutti i presenti, e non vidi piu` i loro volti. E poi mi raggiunse...

Mi svegliai. Mattina presto. Vacanze di gennaio. C’era una magica favola di Natale fuori dalla finestra. Dentro di me, c’era un vuoto nero senza fondo. Mi alzai, andai in bagno, poi silenziosamente proseguii in cucina. Mia nonna mi verso` il te` e mi chiese:

– Cosa hai sognato, Alice?

– Ieri, a Rublyovka, hanno commemorato i 9 giorni del vicino della tua cugina. Quello a sinistra. Il suo cuore si e` fermato all’improvviso, – risposi con voce distaccata.

Dopo aver riflesso su qualcosa, mia nonna disse categoricamente:

– Andiamo alla Rublyovka, a trovare mia cugina!

Eravamo sedute a tavola, sua cugina Sciura ci verso` il te` dal samovar, ci diede il pan di zenzero e, dopo molti sospiri, comincio` a raccontarci le loro ultime notizie. Pensai a mia madre e non sentii quasi nulla.

– Ieri abbiamo commemorato i 9 giorni del nostro vicino defunto, – Sciura indico` la finestra della casa a sinistra. – E` morto d’improvviso, il suo cuore si e` fermato. Il resto e` come prima.


***
Aprile – Maggio 2012, Mosca


Iniziai a lavorare presso l’Unione degli Scrittori il 2 aprile, lunedi`. Appena tornata da Milano, fui chiamata dall’Unione dei Lavoratori Letterari:

– Salta, Alice! Il Decreto e` stato firmato dal Presidente! Ora sei la nostra personalita` di spicco nel campo dell’arte e della cultura!

Mi avevano consegnato i documenti per la borsa di studio statale. Come mi spiegarono, il Presidente doveva firmare un documento che indicava una delle due categorie di uno scrittore: “giovani e talentuosi”, oppure “personalita` di spicco” nel campo dell’arte e della cultura della Federazione Russa. Per eta`, ero piu` vecchia dei “giovani e talentuosi”, e molto piu` giovane di quelli di spicco. Ma mi ritrovai in un certo Flusso magico, che mi stava trasportando lontano, ad una velocita` vertiginosa, e per qualche motivo mi spaventai.


***

Ero seduta al portatile, a riguardare il database obsoleto degli scrittori. I miei colleghi stavano discutendo di un progetto per imprenditori: “Un libro scritto su richiesta”.

– Alice, – mi disse Olga. – Qualcuno dei tuoi conoscenti desidera un libro scritto su di lui?

Avendo automaticamente risposto di no, mi ricordai improvvisamente dell’Uomo in Bianco. Me l’aveva detto allora...

– Beh, ne ho uno, – dissi per qualche motivo.

– Allora chiamalo! – esclamo` Olga con gioia.

– Non posso, – sospirai profondamente.

– Avete litigato?

– Ho paura di lui.

– Perche`? – Olga fu sorpresa.

– Mi uccidera`, – risposi involontariamente, – ma posso darti il suo numero di telefono.

Olga lo scrisse, ma la avvertii:

– Puo` mandarti a quel paese... e` molto maleducato e ha una voce che ti butta a terra.

– Lascialo provare! – Olga sorrise e...

Mi alzai subito dal tavolo e lasciai l’ufficio. Il solo pensiero che l’Uomo in Bianco potesse apparire da qualche parte li` vicino mi causo` un terrore da panico, come se potesse uccidermi anche a distanza! Ma Olga mi segui`:

– Alice, rilassati! C’e` una segreteria telefonica! Il tuo amico ha cambiato il numero. Ne ho scritto uno nuovo, ma non risponde nemmeno. Dettarti il nuovo?

Scrissi il suo nuovo numero. Perche`? “Fermati, Alice, cancellalo e fatti il segno della croce! Il tuo Subconscio ti allontana diligentemente da qualcosa di catastroficamente brutto! Perche` ti ostina a resistere?” No, era solo la mia paura che dovevo sconfiggere, altrimenti...

Dopo un po’, al tavolo accanto, sentii il telefono trillare. Olga, che veniva chiamata costantemente (comunque, come io) da molti scrittori e da coloro che si consideravano essi, rispose abitualmente:

– Pronto!

Ma rabbrividii, era lui! E lei aveva gia` pronunciato il suo nome e patronimico! Corsi fuori dall’ufficio e mi precipitai lontano. Non riuscivo a sconfiggere la mia paura. Un giorno dopo. Non allora. Non quel giorno.

Olga mi trovo` nella mensa nel seminterrato della Casa Centrale degli Scrittori e, unendosi al pasto, disse con un sorriso:

– Alice, perche` stai calunniando quell’uomo? E` stato molto gentile. E non mi ha mandato da nessuna parte. Ha detto di aver scritto il mio numero di telefono e, nel caso, mi avrebbe chiamata e ci saremmo incontrati. E` carino! A proposito, chi e`?

La guardai con palese orrore:

– Ogni volta che faccio questa domanda ai Tarocchi, mi mostrano il Diavolo.

– Hai un bel Diavolo! – disse Olga con un sorriso e porto` la conversazione su un altro piano.

“Ognuno ha il suo Diavolo – la propria paura,” – mi baleno` in mente.

Per tutto aprile cercai di costringermi a calpestare la gola della mia paura. Non poteva andare avanti all’infinito. La paura di qualcosa d’inevitabile che prima o poi sarebbe accaduto nella mia vita, invisibilmente connesso all’uomo, di cui non sapevo assolutamente nulla, mi divorava gradualmente dall’interno. Sul mio schermo interiore, continuavo a vedere Venezia. La mattina presto. Il molo di San Marco. La barca che salpava verso l’isola di San Giorgio. E l’Uomo in Nero, che assomigliava all’Uomo in Bianco, sulla barca col mio cadavere. Volevo decifrare il mio sogno, scoprire perche`, come e quando ero morta o sarei morta. L’Uomo in Bianco aveva qualcosa a che fare con la mia morte? E se si`, cosa esattamente?

Ogni notte, addormentandomi, cercavo di rientrare nel mio sogno veneziano per vedere il volto dell’Uomo in Nero. Ma non ci riuscivo. Non sognavo quasi niente piu` da molti, molti anni. Solo due o tre sogni all’anno, ma si avveravano.

Disperata, mi ricordai che avevo ancora l’icona di San Giorgio a casa. Forse, se avessi consegnato all’Uomo in Bianco il dovuto, ma ancora posseduto da me, la catena incompiuta d’eventi dello scenario sconosciuto sarebbe finalmente giunta alla sua logica conclusione, e ci saremmo separati una volta per tutte, e mi sarei liberata della mia paura e avrei risolto il mio sogno.

Per diversi giorni, quasi come un incantesimo, continuai a ripetermi mentalmente: “Devi chiamarlo. Chiamarlo. Si`, chiamarlo. Non succedera` niente di male. Devi solo comporre il suo numero di telefono, Alice. Non ti uccidera` per questo. La vostra conversazione non ti causera` alcun dolore. Rimarrai sana e salva, viva e sana di mente. Solo una chiamata!”

Cosi` andai in una caffetteria e per circa due ore, assaporando solo una tazzina di caffe` espresso, guardavo il numero stregato sul telefono, ma non riuscii a costringermi a premere il pulsante di chiamata. Tuttavia, cominciai ad arrabbiarmi: “Chi e` lui per ridurmi in questo stato?! Sono una ragazza giovane, talentuosa, carina, intelligente e gentile che ha attraversato fuoco, acqua e tubi di rame nella vita. Sono apprezzata, rispettata, amata. Ho un sacco di ammiratori che sognano di sedersi accanto a me in una caffetteria. E quest’uomo – chissa` chi! – un mostro maleducato, cinico, assetato di potere e narcisista...”

Interruppi la catena di pensieri, premendo il pulsante di chiamata. L’Uomo in Bianco non rispose. Tirai un sospiro di sollievo, uscii dalla caffetteria e mi diressi a casa, ma dalla mia borsa si udi` il solito trillo. Il mio cuore batteva forte. Tirai fuori il telefono e vidi il numero identificato sullo schermo.

– Pronto, – gli dissi con voce calma.

– Chi sei? – mi tuono` all’orecchio.

– Chi l’avrebbe mai dubitato! – sorrisi per quello che avevo sentito e all’improvviso, inaspettatamente per me, con voce calma, ma con un sorriso ironico, dissi: – Sono Alice, una figura di spicco dell’arte e della cultura della Federazione Russa.

Una pausa e un sospiro, si ricordo` di me! Molto gentile da parte sua!

– Ah, Alice... Ciao, – disse, scusandosi per la pausa. – Ho un nuovo telefono. Non ho avuto il tempo di trasferire tutti i contatti.

Ha-ha-ha! Non aveva nemmeno pensato di trasferire il mio numero. Probabilmente, non l'aveva nemmeno fissato sul suo ex-telefono.

– Come stai? – chiesi con un leggero sorriso.

Rispose qualcosa e mi chiese come stavo io, dove lavoravo.

– A causa della mancanza d'offerte da parte di coloro che mi avevano promesso di richiamarmi a marzo, sono andata a lavorare all’Unione degli Scrittori.

– Si`, ho ricevuto una chiamata da voi, da Olga, se la memoria non mi inganna. Ma non ci sono soldi, solo investimenti, investimenti!

Volevo che la nostra conversazione continuasse all’infinito. Gli raccontai delle mie trattative con la TV, dell’opportunita` di fare un film su qualcuno o sulla propria attivita`, o su qualsiasi altra cosa.

– No, non ci sono soldi per questo ora...

Sciocco! Ti avevo detto la prima cosa venuta in mente, solo per non tacere, e non riuscivo a dire ad alta voce perche`, in effetti, ti avevo chiamato. Per incontrarti dopotutto e...

– Sto salendo sull’aereo adesso, non posso parlare, – disse all’improvviso l’Uomo in Bianco. – Volo dalla citta` A alla citta` B, e poi in Italia. Saro` a Mosca per le feste di maggio. Ci vediamo allora? Andiamo da qualche parte per parlare? Caffe` o te`?

– Caffe`, – risposi senza credere alle mie orecchie, praticamente saltando dalla felicita` davanti ai passanti.

– Bene, ti chiamo il 5 o il 6 maggio.

E dicemmo entrambi la stessa frase contemporaneamente, con una leggera differenza:

– Piacere di sentirti, Alice.

– Piacere di sentirLa, Woland.

Ci salutammo. Non ero ne` uccisa, ne` smembrata, ne` mangiata. Non vedevo l’ora che arrivassero le feste di maggio.


***


Piu` si avvicinavano le vacanze di maggio, piu` spesso sentivo che non ci saremmo incontrati. Non era gia` l’Uomo in Bianco a farmi paura, ma il fatto di non poterlo vedere per recidere il nodo gordiano, ponendo fine a quella storia.

Dalla malinconia, decisi di rifugiarmi nella mia memoria, nel mio Passato. Il 1° maggio andai in campagna, dove avevo trascorso l’infanzia nella casetta estiva che non esisteva piu`.

Qualsiasi treno puo` essere usato come portale. Arrivai alla stazione ferroviaria. Faceva freddo, ma splendeva il Sole. Salii sul treno e mi accomodai al finestrino a destra. Il treno contava le fermate. Ognuna di esse era un passo indietro, nel Subconscio, un’immersione nella mia Memoria, nell’infanzia sfortunata. Mancava mezz’ora. Ad ogni passo, le lacrime mi salivano agli occhi sempre piu` insistenti. Si vedeva gia` lo stagno lontano fuori dal finestrino, poi sarebbe raggiunto quello piu` vicino, piccolo, tutto ricoperto di verde. Mi alzai, andai alle porte e le porte si aprirono nel Subconscio.

Il Sole splendeva, ma faceva freddo. Girai a destra, attraversai la strada. Un enorme magazzino. Aveva cambiato insegna. Vecchie signore erano state sempre sedute all’ingresso, a vendere fiori, mele, patate e verdure. Continuai a camminare lentamente verso la nostra casetta, perche` ogni passo mi era difficile. Mi avvicinai alle piccole bancarelle del mercato e lessi le insegne. Un’auto lussuoso entro` nel parcheggio asfaltato, mentre non riuscii nemmeno a calpestare quel maledetto asfalto. Sembrava una lapide per il nostro prato e per gli alberi che erano rimasti per sempre sotto di esso. La lapide per la nostra casetta bruciata. Camminai ancora un po’.

Un piccolo pezzo di terra del nostro giardino sopravvissuto. Un albero enorme, miracolosamente lasciato intatto dai mostri senza cuore, che mi avevano privato di quel sottile filo che mi collegava al Passato. Mi avvicinai all’albero. Era dietro la nuova recinzione. Avrei voluto abbracciare l’albero, e tutto fluttuava davanti ai miei occhi per l’impossibilita` di farlo. Quell’albero era sempre stato colpito da un fulmine, avevo avuto paura per esso, ma era l’unica cosa sopravvissuta li`. L’albero cresceva vicino al cancello d’ingresso che mia madre usava sempre, tornando di sera dal lavoro in citta`. Dopo la sua morte, il cancello mi sembrava spesso sul punto di aprirsi.

C’erano molti alberi li` – querce, olmi, ciliegi, pioppi tremuli, frassini – e un giardino, con diverse specie di meli, ciliegi, susini, innumerevoli cespugli di lamponi, ribes rosso e nero, uva spina. Era piu` facile dire cosa non c’era stato.

Ricordai che, dopo la morte di mio nonno, avevo avuto un incubo e chiamato la mia amica, che aveva due case in quel posto, e avevo sentito da lei: “Volevo dirti che...” Ero arrivata subito alle ceneri, mi ero seduta sui mattoni e avevo pianto. Avevo trovato solo una ruota della mia bicicletta. Le altre cose all’interno della casa – che mi avevano collegato a mia madre e all’infanzia, intatte dal tempo, come decorazioni congelate! – erano state bruciate, come se persino un filo sottile e invisibile fosse stato reciso a forza. Le chiavi di casa potevano essere buttate via quel giorno stesso, ma le avevo conservate per molti anni.

Ricordavo una padella piena di funghi fritti con patate che “sfrigolava” sulla terrazza la sera. I funghi, li avevamo raccolti con mio nonno, quasi un sacco intero. Ricordavo dei mazzi di erbe medicinali, appesi ad una corda lungo la parete sulla terrazza, l’odore di una lampada a cherosene, mia nonna con le carte, la pioggia fuori dalla finestra, dei falo` accesi da noi, nebbia e fumo, il cader delle foglie autunni. Associavo la parola “nostalgia” ai falo` in campagna, agli autunni e alla nebbia.

Camminando lungo la strada verso il monastero, fui accolta da un cartello familiare, forse vecchio quanto me, o anche piu` vecchio: “VIETATO IL TRANSITO SULL’AUTOSTRADA RUBLYOVO-USPENSKY!” – vietato per alcuni, non per me.

Raggiunsi il monastero. I cancelli del monastero erano aperti. Entrai nel territorio e percorsi un lungo viale. C’erano alberi, erba, alveari e... non un’anima attorno. Arrivai alla chiesa, ma era chiusa a chiave. Mi sedetti su una panchina: “Perche` mi hanno fatto entrare sul territorio? Ci deve essere qualcosa qui, come un indizio, un segno”. Tornando indietro, gia` quasi al cancello, la scritta sulla bacheca a grandi lettere rosse attiro` la mia attenzione: “Il 6 maggio, giorno di San Giorgio”. Mi fermai e pensai: “Cosa vuoi dirmi, San Giorgio?”

...L’Uomo in Bianco non mi richiamo`. L’8 maggio, verso l’ora di pranzo, feci cio` che mi aveva proibito una volta: gli scrissi un messaggio, composto da una sola parola: “Caffe`?” Sapevo che mi avrebbe uccisa. E lui mi richiamo` e si avvento`, come una bestia affamata su un pezzo di carne bramata! La sua voce – roca, aspra, che mi faceva a pezzi – tuono` nel mio tenero orecchio:

– Chi sei? Mi hai scritto di un caffe`! Che caffe`? Chi sei?

E cominciai a ridere:

– Si`, l’ho scritto io, ma e` stato Lei ad offrirmi un caffe`.

S'immerse convulsamente nella sua memoria per ricordare tutti coloro a cui aveva promesso un caffe`. Si arrabbio` e si scateno`, e ancora piu` forte, quasi assordandomi, abbaio`:

– Sono occupato! Sono gia` fuori citta`. A Rublyovka. Oggi non si fa. Forse domani. All’ora di pranzo. Ti richiamo.

Il 9 maggio, lo chiamai io stessa all’ora di pranzo. Non rispose. Allora gli scrissi per farlo sobbalzare come scottato dalla mia impudenza e per ricordarsi finalmente di me una volta per tutte, per non chiedermi mai piu`: “Chi sei?” Feci gli auguri a Woland per il Giorno della Vittoria e lo mandai molto lontano in un modo dannatamente bello, cancellando il suo numero di telefono dalla memoria del mio.


E` gia` tardi per farci confronto di rotte, –
e` scomparsa la croce dal ciglio di strada.
Non c’e` niente da perdere ora, Maestro,
mantenendo le vite scadute da tempo.

Il timone d’Amore e` mosso dal Karma,
ma l’odore di Morte potra` dissiparci.
Ogni luogo che hai visitato sparisce
nell’oblio – finite le tuoi illusioni.

I confini terreni non sono in grado
di proibire ad anime di rivedersi.
Questa gente apprezza di piu` canarini.
Nello stormo, la gru si offende sciogliente.

Il tessuto dei nostri destini e` scuro,
ma le ali, guardando a Sud, chiameranno.
Vedi li` la finestra volante nel cielo? –
sto ballando al suo interno, essendo
solo pagine gialle d’un libro finito.


Ðåöåíçèè