La Trappola di Sogni. 2. 5. Non scrivermi mai

“ANGELO CUSTODE”
un romanzo di Alessandra Kriuchkova
della serie “Il Gioco in un’Altra Realta`”

PARTE 2. La TRAPPOLA di SOGNI

2.5. NON SCRIVERMI MAI!

Marzo 1988, Mosca

Mi svegliai improvvisamente nel cuore della notte, come se qualcuno mi avesse svegliata. Aprii gli occhi e mi abituai lentamente al buio. Sentii mia madre respirare nel sonno. Era appena tornata dall’ospedale dopo un intervento chirurgico. E mi avevano comprato un piccolo divano, cosi` dormivamo una di fronte all’altra, sui letti separati, nella nostra piccola stanza che sembrava la cella di un monastero. Dopo la morte di mio padre, vivevamo con i miei nonni, i genitori di mia madre, con i quali lei non andava molto d’accordo.

Sentii qualcuno aprire la porta del nostro appartamento, il cigolio del pavimento nella stanza grande, e fui sopraffatta dal panico. Quel qualcuno si stava avvicinando silenziosamente e lentamente alla nostra stanza. Avrei voluto gridare, ma non avevo il diritto di svegliare mia madre. La nonna e il nonno dormivano nella stanza di fronte. Li sentii russare. Chi era? I ladri? Ma cosa c’era da rubare? Il mio pianoforte era il nostro bene piu` prezioso. Dopo la morte di mio padre, mia madre mi aveva escritta ad una scuola di musica. Volevo suonare il violino e il flauto come il mio bisnonno. Dicevano che fosse stato un personaggio molto famoso, un flautista al Teatro Bolshoy, amico dello scrittore M.A. Bulgakov e, secondo la leggenda di famiglia, Margherita e Gella, le sorelle della mia nonna “francese” (la madre di mio padre era sua figlia), avevano contribuito al romanzo “Il Maestro e Margherita”. I passi si avvicinavano! Guardai la porta chiusa della nostra stanza. Avrei voluto chiudere gli occhi e coprirmi la testa con la coperta. Sentii che la porta si stava per aprire lentamente. L’alieno aveva camminato verso la nostra stanza. O venne da me? O... dalla mamma?

Il mio cuore batteva all’impazzata. Le mie mani erano gelide. Non riuscivo a muovermi, ma ricordavo le parole della mamma: “Il modo migliore per scacciare la paura e`...”

...la porta comincio` ad aprirsi lentamente...

“avvicinarsi ad essa e assicurarsi...”

...la porta si spalanco`... completamente!!!

“che i fantasmi...”

i miei occhi si spalancarono per l’orrore...

“non esistono!”

...vidi un FANTASMA!!!

La sorella della nonna apparve nella stanza. In una lunga camicia da notte con una candela in mano, sembrava una foschia nebbiosa. C’era vuoto nei suoi occhi, o meglio, aveva uno sguardo assente, come se non vedesse nulla davanti a se`, fissasse qualcosa in lontananza, ma fece un passo verso di me e si fermo`. Sembro` accorgersi che ero sveglia, ma si volto` verso mia madre addormentata. Ipnotizzata dal fantasma e dalla mia paura, non riuscivo a chiudere occhio! Il fantasma si avvicino` a mia madre, si fermo` tra i nostri letti, aleggiando su di lei. Poi torno` alla porta, si volto` verso di me, scosse la testa e se ne ando` dal nostro appartamento. Ugh!

La mattina stavo per andare a scuola. Mia madre era gia` sveglia, ma non era ancora in grado di alzarsi dal letto. La nonna entro` nella nostra stanza e mi chiese quante lezioni avessi quel giorno.

– Tua sorella e` morta, – risposi.

– Cosa ti prende, Alice? –  mia madre si spavento`. – Come puoi dire una cosa del genere?!

– La mattina presto, – aggiunsi.

– E` stata operata ieri, – disse la nonna. – Ho chiamato l’ospedale ieri sera. L’intervento chirurgico e` passato bene. Perche` dici cosi`, Alice?

– E` venuta di notte per salutarci.

Mia madre e mia nonna si guardarono. La mamma pensava che fossi pazza e non mi credeva. Mi vennero le lacrime agli occhi. La mamma cerco` di calmarsi, dicendo:
 
– Stavi dormendo, Alice! Era un sogno, solo un sogno!

La nonna usci` silenziosamente dalla stanza. La sentimmo chiamare l’ospedale, chiedere di sua sorella, riattaccare e tornare da noi. La mamma la guardo` con una domanda silenziosa.

– Alle cinque del mattino... un coagulo di sangue.


***
Febbraio 2011, Mosca


L’Uomo in Bianco non mi chiamava piu`. Mi chiamo` il compositore:

– Ho dipinto Venezia per te! Sarai al Club Letterario Aperto? Te la porto li`, bene?

Arrivai al Club Letterario Aperto “Risposta”. Apparivo sempre piu` spesso a vari eventi letterari. Salii sul palco e recitai le mie poesie dedicate all’Uomo in Bianco, mio Woland. Qualcuno gridai: “Brava!” E il compositore mi consegno` il suo quadro: case nere, una barca nera e la Nebbia che avvolgeva la citta`, senza lasciare alcuna speranza.

Tornata a casa, cercavo un posto dove mettere la Venezia del compositore, ma tutte le pareti del mio appartamento erano gia` piene di miei quadri, tranne... Mio Dio! Mi fermai davanti a quello, appeso proprio sopra il mio letto, il piu` grande, l’unico non mio, che avevo comprato cosi` tanto tempo prima che me ne ero completamente dimenticata. Cosi` armoniosamente integrato nell’interno, si fondeva con esso senza attirare la mia attenzione. Venezia nella foschia. Mattina presto. Era una vista di San Marco dall’isola di fronte, dove il barcaiolo e l’Uomo in Nero mi stavano portando... Rabbrividii involontariamente: “Chi e`?”

Misi il quadro della Venezia Nera sullo scaffale accanto ai miei libri e pensai all’Uomo in Bianco. Non mi chiamo`, ma mi sentii attratta da lui. Follemente. Irrazionalmente. Volevo stare con lui. Avevo bisogno di lui per qualche ragione. Avevo paura di lui. Perche`? Cosa poteva farmi?

Ricordai le parole di mia madre: “Il modo migliore per scacciare la paura e` avvicinarsi ad essa e assicurarsi che sia solo frutto della tua immaginazione”. Se non ero riuscita a sconfiggere la mia paura, un giorno sarebbe stata essa a sconfiggermi. Sabato mi ero sbagliata. L’Uomo in Bianco non mi aveva fatto alcun male. L’avevo offeso. Dovevo fare ammenda per il mio terribile comportamento.

Non volendo perderlo, mi costrinsi a calpestare la gola della mia paura. No, non potevo chiamarlo per sentire il suo tono arrogante, la sua voce roca, che mi tagliava a pezzi senza pieta`, come un coltello. Decisi di scrivergli. Era piu` facile scrivere cio` che non si poteva dire ad alta voce. Volevo scrivere qualcosa di molto, molto gentile e tenero, affinche` capisse che desideravo tanto stare con lui e che mi perdonasse. Inoltre, gli avevo macchiato il maglione piu` bianco con il mio rossetto, non di proposito. Dunque, gli scrissi, dando del tu, scusandomi sia per il maglione che per tutto il resto. Volevo restare sola con lui, andare da qualche parte insieme. Mi ricordai di Venezia, dove conoscevo ogni ponte, ogni calle, dove mi sentivo come a casa… “Vuoi che ti mostri Venezia? La mia citta` preferita? Non l’avevi mai vista cosi`...”

Il giorno dopo, martedi`, mi chiamarono dall’Unione degli Scrittori e mi chiesero di passare alle 16:00. Per cosa? Per l’annuncio dei risultati del 1° Concorso Internazionale “Olimpo Letterario”. Avevo gia` dimenticato di aver presentato il mio primo romanzo dalla serie “Il Gioco in un’Altra Realta`”, comunque, arrivai nella sala affollata. Mi proclamarono vincitrice nella categoria “Prosa” e mi appesero al collo la medaglia “Olimpo letterario”. Non credevo che stesse succedendo a me e piansi. Inviai un messaggio ai miei amici sulla mia prima (!) vittoria in letteratura, e tutti mi risposero con gli auguri, tranne...

“Non e` Lui,” – sospirai profondamente, mordendomi nervosamente il labbro.

Mercoledi` mattina, mentre guidavo verso la Tangenziale di Mosca per andare al lavoro (lavoravo nei campi, dove si poteva arrivare solo con la propria auto), si udi` lo squillo del telefono. Con una mano sul volante e l’altra che cercava freneticamente il telefono nella borsa, provai quell’inspiegabile panico di paura che qualcosa d’inevitabile stesse per accadere. Guardai il display del telefono. Era il mio Woland. Sorrisi, non si era dimenticato di me. Stava chiamando per congratularmi per il premio.

– Pronto, ciao, – mi sforzai di pronunciare quella parola invece di “Buongiorno, Signor Woland”, cercando di non esternare i miei sentimenti.

– Ciao, – tuono` fortemente e in qualche modo minacciosamente in risposta. – Non hai piu` il diritto di scrivermi! Non scrivermi mai piu` niente! Capito?! Se proprio vuoi dire qualcosa, chiamami. Hai sentito bene quello che ti ho appena detto?!

– Si`, – risposi, uccisa.

Tutto quello che mi diceva dopo, senza nemmeno congratularmi per il premio, su un libro da scrivere per i suoi amici sui primi anni Novanta, non lo sentii nemmeno. Perche` non riattaccai subito? Forse perche` mia madre mi aveva insegnato ad essere educata. Quando la nostra conversazione, o meglio, il suo monologo, fu finalmente finita, fermai la macchina sul ciglio della strada e appoggiai la testa sul volante.

“Cosa ne sai di me per parlarmi in questo modo?! Come gli arroganti Re, padroni della vita, parlano alle minorenni, che non hanno niente in testa tranne... e che non hanno passato quello che ho passato io nella mia vita. Mi consideri una specie di poetessa qualsiasi e mi offri come un grande favore di scrivere per te un libro sui gangster degli anni Novanta. Scusa, non mi piacciono i favori e non scrivo su richiesta. Un giorno diventero` la Regina dei Poeti. E capirai quanto ti sei sbagliato. Ma non ti permettero` mai piu` di parlarmi cosi`… Chiunque tu sia…”


Il tuono colpira` – e` una punizione.
La notte tremera`, lasciata al comando:
le luci di citta` compongono un mito
sugli scomparsi qui. Sei sempre benvenuto,

Il Re d’Oscurita`! – non spetta Paradiso,
la Vita non e` piu` amica – per invidia.
E se non trovi li` la Morte per la strada,
balliamo qui con te la danza di speranze.

E via nei mortai! Gli stagni chiuderanno
gli occhi su di noi! La cara capitale
ne rabbrividira` – scompaiono le tracce,
la camera sara` avvolta nella nebbia.

Non c’e` motivo piu` di piangere addosso,
ne di portare su` le stelle dalle acque, –
ma lasciami, il Re, donarti – per favore! –
un’anima di cui nessuno ha bisogno.


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